Il 15 aprile 1903 si spegneva, in Napoli, l’importante filosofo, politico, scrittore, poeta e drammaturgo Giovanni Bovio. Il 15 aprile 2013, invece, ricorreva il 110° anniversario della morte di questo nostro illustre concittadino, passato “stranamente” inosservato.
Sarà che ormai ci siamo riscattati intitolandogli una strada, la biblioteca comunale e, addirittura, una scuola?
Il monumento a Lui eretto, in quella che fu piazza Vittorio Emanuele, oggi piazza della Repubblica, ha ancora ragione di esistere?
Più che epitaffi o testimonianze custodite dalla nostra candida pietra, occorrerebbe ripercorrere la sua opera e rinnovare il suo pensiero, oggi più che mai attuale.
Chi fu Giovanni Bovio?
Costretto ad abbandonare Trani, città in cui ebbe i natali, in seguito alla scomunica ricevuta dall’allora vescovo della nostra cittadina, per avere pubblicato “Il Verbo Novello: sistema di filosofia universale” (1864), nella più liberale Napoli, allora “capitale della cultura e del sapere”, trovò, invece, il giusto sostegno ed incoraggiamento da parte del giurista Luigi Zuppetta, che in quell’amico pugliese, giovane ventisettenne, riconobbe la nobiltà del pensiero, la grande ed impareggiabile cultura, ricca delle testimonianze del pensiero di Omero, Platone, Aristotele, Tacito e Lucrezio, e quella sorprendente peculiarità, che solo raramente ammanta e celebra l’Uomo, detta comunemente “genio”.
Divenuto docente universitario, concorrendo alla cattedra di “Storia del Diritto”, Bovio non trascurò le sue giovanili passioni per la scrittura e per la politica. Pubblicò diversi scritti letterari e filosofici su “La Rivista Partenopea”, fu autore, oltre al citato “Verbo Novello” di molteplici opere, tra le quali ne cito giusto alcune: “Uomini e Tempi” (1880);“Scritti Filosofici e Politici” (1883); “Corso di scienza del diritto” (1877); “Il Genio, un capitolo di psicologia” (1899); “Discorsi” (1900).
Bovio, apostolo della verità, della giustizia e della libertà, con Felice Cavallotti e Matteo Renato Imbriani costituì la triade intellettuale del pensiero, poesia e gloria del Risorgimento italiano, lottando senza tregua in difesa di detti ideali, fino al giorno della sua triste dipartita.
Accolto come proprio figlio dalla solare Napoli, già Deputato del Regno d’Italia in ben nove legislature, Bovio fu appassionato ed incorruttibile politico, attivissimo nel Parlamento del Regno d’Italia come pochi altri: volle ed ottenne l’istituzione di una “Cattedra Dantesca”; si batté per la libera istituzione scolastica e per la completa libertà d’insegnamento; lottò per il “Suffragio Universale”; si batté perché la Puglia ottenesse acqua potabile; ostacolò ad oltranza i privilegi della Chiesa e della “casta” dei politici.
Grande tra i grandi, Bovio fu esempio di virtù, rettitudine e sacrificio. A quei tempi, infatti, pur di non essere assoggettato ai giochi di potere, rifiutò l’incarico di ministro, e, fedele ai suoi principi morali, condannò l’offerta di un milione e duecentomila lire, a Lui posta da un grande banchiere francese, tanto che nell’autobiografia, da lui inviata ad Onorato Roux, scriveva: “Non voglio ingannare il Re, né il popolo, né la Chiesa; non voglio divenir ministro, non desidero ricchezze. L’adulazione e la detrazione non entrarono nei miei scritti, nei miei desideri non entrarono il potere, il danaro e gli onori”.
Avverso all’adulazione del vile denaro, il cui tintinnio ad altri fece commettere innumerevoli bassezze, Bovio preferì vivere e morire povero.
Il suo fortunato sodalizio con la terra di Napoli regalò oltre che la sua fruttuosa opera filosofica e politica anche l’opera e la creatività di uno dei due suoi figli, Libero Bovio, noto poeta e drammaturgo, nonché autore di testi di indimenticabili canzoni partenopee quali: “Reginella”; “Surdate”; “O Paese d' o Sole”; “Tu ca nun chiagne”; “Cara piccina”; “Chiove”; “Lacreme napulitane”. E, per quanto attiene il teatro, opere come: “Lacreme napulitane”; “ Zappatore”; “Guapparia”.
Ritornando all’emblematica figura dell’illustre Giovanni, padre di Libero e Corso, va ricordato che la sua perdita non segnò solo la fine dell’esistenza dell’uomo o la scomparsa di un grande filosofo e scrittore, costituì, soprattutto, un’incolmabile vuoto nell’intero panorama politico- culturale europeo.
Di lui scrissero Guerrazzi, De Sanctis, Carducci, Victor Hugo, che lo definì “intelletto universale”, Mario Rapisardi che lo raffigurò in questi versi: “In quel pallido volto, onde traspira / Con prudenza profonda animo antico, / L’intemerato onor di Trani ammira, / Dal cor di Bruno e dal pensier di Vico. / Di torve sette fra le insidie e l’ira / Sereno Ei passa e sol del Vero amico, / D’aquila al par che la nebbiosa via / Trascende e nella luce amplia s’oblia”.
Il 19 aprile 1903, nel Teatro Comunale di Montesantangelo, lo scrittore, poeta e giurista Filippo Ungaro, amico del Bovio, con il quale condivise la passione per i classici, enunciò, a quanti numerosi intervennero, il discorso commemorativo a Lui dedicato, suggellandone il ricordo e testimoniando, così, l’alto valore del letterato, del filosofo, del politico e soprattutto “dell’Uomo vero”, come in quell’occasione definì il Bovio.
Nei “Discorsi commemorativi a Bovio e Carducci” (Editori Frattarolo – 1907), l’Ungaro scriveva: “….dinanzi all’Uomo vero si rimane attoniti, come conquisi da una terribile e grande potenza. Allora tutte le energie della mente, tutte le più belle passioni del cuore insorgono e si sprigionano: il nostro io diventa visibile e tangibile come il fiato che si condensa; e questo è il miracolo che si compie, quando ci troviamo dinanzi alla figura di un eroe del pensiero e dell’azione, e che si manifesta intera nella sua potente e gagliarda e serena umanità”. Concluse quel memorabile discorso con i seguenti versi: “E va, o Maestro, va nei cieli della gloria, tra i figli della Gloria; e se lo consente il Fato, volgi a noi da quelle sedi superne il tuo sguardo: e il tuo sorriso d’amore, austero e benedicente, si spanda, come candida aurora di luce, su noi, su tutte le terre d’Italia!”.
Il 6 febbraio 1837, i coniugi Nicola Bovio e Chiara Pasquini, diedero alla luce il frutto del loro amore; mai avrebbero pensato prima, con quel gesto tenero e appassionato, di donare all’Italia uno dei più emblematici figli del Risorgimento, la cui pesante eredità sembra, ahimè, non avere ancora trovato una degna figura pronta ad accoglierla.
Domenico Valente
