«La peggiore delle amministrazioni è sempre meglio della migliore gestione commissariale». L'appello del vicesindaco, Tommaso Laurora, a Marco Galiano riassume la posta in gioco dei prossimi cinque giorni: entro le 23.59 di giovedì 15 ottobre il sindaco dovrà decidere se ritirare le dimissioni presentate il 25 settembre o lasciare che diventino definitive, consegnando la città a un commissario.
Eletto al ballottaggio di giugno con il 51,14 per cento dei voti e appena 568 preferenze di scarto su Angelo Guarriello, candidato del centrodestra, Galiano ha gettato la spugna a poco più di tre mesi dall'insediamento. A determinare la rottura, le tensioni nella maggioranza di centrosinistra sul piano di dimensionamento scolastico e, soprattutto, sulle nomine ai vertici delle partecipate Stp e Amet. Nella lettera consegnata al segretario generale aveva parlato di «formali e irrevocabili dimissioni».
Nei giorni scorsi la ricomposizione era sembrata a portata di mano: a margine del consiglio comunale del 5 ottobre, Pd e Avs avevano garantito al sindaco piena agibilità politica, invitandolo a tornare e a decidere. Venerdì, però, è arrivato il colpo di scena: Puglia Popolare, il movimento guidato da Carlo Laurora, che in giunta sedeva insieme con Donata Di Meo, ha annunciato l'uscita dalla maggioranza e il passaggio all'opposizione, prendendo atto, a suo dire, dell'impossibilità di attuare il programma di governo.
Lo stesso giorno la giunta, riunita senza il sindaco e presieduta dal vicesindaco, ha approvato una serie di provvedimenti, fra cui una variazione di bilancio superiore al milione di euro, rivendicata come segnale di compattezza. Il messaggio a Galiano è chiaro: l'alibi della maggioranza litigiosa - sostiene Tommaso Laurora - non c'è più.
Le strade sono due. Se Galiano revocherà le dimissioni, si ritroverà alla guida di un'amministrazione che, senza Puglia Popolare, rischia di non avere più una maggioranza autosufficiente e dovrà ricostruirla, numeri alla mano, in consiglio comunale. Se, invece, lascerà trascorrere il termine, le dimissioni diventeranno efficaci e irrevocabili: il prefetto sospenderà il consiglio comunale e nominerà un commissario, in attesa dello scioglimento e del ritorno alle urne.
Per Trani non sarebbe una novità: la città è già stata commissariata dopo le dimissioni di Giuseppe Tarantini, alla fine del 2006, e di Luigi Nicola Riserbato, a cavallo fra il 2014 e il 2015. Mai, però, dopo appena cento giorni di governo.
