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Alex Zanardi, l'uomo che ha ridisegnato i confini dello sport

C’è una grandezza che non si conta. Non si appende al collo, non si mette in bacheca. Non ha forma di coppa né peso di medaglia. Si riconosce, invece, nel modo in cui una persona cade  e, soprattutto, nel modo in cui sceglie di rialzarsi. Alex Zanardi, scomparso il 1° maggio all'età di 59 anni, era esattamente quel tipo di grandezza: rara, incandescente, capace di trasformare il dolore in luce.

Era nato a Bologna, cresciuto tra i kart e i sogni a Castel Maggiore. Il talento lo aveva portato lontano, velocissimo: Formula 3000, Formula 1, poi l’America, la IndyCar. Lì era diventato leggenda. Non solo per le vittorie, ma per il modo in cui correva: libero, audace, quasi felice di sfidare il limite. Quel sorpasso su Bryan Herta a Laguna Seca non è solo storia dello sport. È un gesto che ancora oggi sembra dire: “prova a crederci, anche quando sembra impossibile”.
Poi, il silenzio improvviso del 2001. Il Lausitzring. L’impatto. La paura. Il mondo che si ferma mentre lui rischia di perdersi. E invece no. Zanardi resta. Resiste. Attraversa il dolore, le operazioni, la fatica di ricominciare da zero. Impara a guidare con le mani, ma soprattutto reimpara a vivere con una leggerezza che non è mai superficialità: è coraggio puro. Quando dice che tornerà a gareggiare, non lo fa per stupire. Lo fa perché quella è la sua natura. Respirare. Muoversi. Andare avanti.
Da lì, la sua storia cambia forma e diventa qualcosa di ancora più grande dello sport. L’handbike non è un’alternativa: è una nuova partenza. È un modo per dire che il limite non è dove finisce il corpo, ma dove si arrende la volontà. Ai Giochi Paralimpici di Londra 2012 conquista due ori e un argento. A Giochi Paralimpici di Rio 2016, altri due ori. Ma i numeri, con lui, non bastano mai a raccontare davvero.

Perché Zanardi non ha vinto solo gare. Ha cambiato sguardi. Ha reso la parola “disabilità” meno pesante, meno chiusa, più umana. Ha contribuito a migliorare protesi, carrozzine, possibilità concrete per chi ogni giorno combatte battaglie silenziose. Ha fatto sentire meno soli.

Il commento dell’atleta Bebe Vio: «Siamo diventati colleghi nel 2009, avevo 12 anni ed ero molto spesata e spaventata. Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto. A Londra 2012 mi hai fatto conoscere la bellezza delle Paralimpiadi e l’enorme potere che hanno di cambiare la percezione e la Cultura della Disabilità.
A Rio 2016 sei stato il mio cicerone nel villaggio paralimpico ed poi abbiamo realizzato il sogno insieme. A Tokyo 2020 non c’eri, ma eri un faro per tutti noi. É stato un onore e un grande privilegio averti avuto come tutor sportivo e di vita» 
La sua eredità non è fatta di trofei, ma di un’idea semplice e potentissima: che la forza non è non cadere, ma scegliere di rialzarsi, ogni volta, con dignità e persino con un sorriso.
E quella forza indistruttibile  continuerà a correre. Non più su una pista, ma dentro chiunque, almeno una volta, ha bisogno di ricordarsi che rialzarsi è ancora possibile.Il destino, in modo quasi simbolico per il mondo dei motori, ha voluto che proprio in questa ricorrenza si intrecciasse anche il ricordo di un altro gigante dello sport: Ayrton Senna. Una figura diversa, ma ugualmente leggendaria, scomparsa nel 1994 e rimasta per sempre nella memoria collettiva come uno dei più grandi interpreti della Formula 1.
Due storie lontane nel tempo ma vicine nell’intensità, unite da un filo invisibile che appartiene solo ai campioni veri: quello che lega il talento assoluto alla fragilità umana, e la velocità al senso profondo del limite.

E noi, come redazione sportiva di Radio Bombo, ci uniamo a questo ricordo con rispetto e gratitudine. La storia di Alex Zanardi resta per noi un punto fermo, un riferimento umano e sportivo che continuerà a ispirare chi racconta lo sport e chi lo vive.

Redazione sportiva di Radio Bombo


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