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Trani religiosa, l'arcivescovo invita ad allestire i «sepolcri» con sobrietà: «La spettacolarizzazione non avvicina la gente a Dio»

«Questa gente, che mette piede in chiesa forse solo in occasione del triduo pasquale, non dobbiamo farla trovare di fronte alla spettacolarizzazione o, peggio ancora, ad una gara tra chi fa meglio e riesce ad esprimere, nel modo più grandioso, le proprie capacità. Al contrario,  dovremmo gareggiare nel cercare di fare incontrare queste persone con il Signore, aiutandole a fare un'esperienza di Dio».

Così l'arcivescovo, mons. Leonardo D'Ascenzo, alla poche ore dall'inizio dei riti della Settimana santa. Infatti, le chiese parrocchiali ed le rettoria, in cui si celebra il triduo pasquale, hanno gli altari della riposizione (volgarmente chiamati «sepolcri») esposti alla venerazione dei fedeli.

Essi rappresentano l'occasione per cui tanta gente, forse, mette piede in chiesa solo in questa circostanza, nel momento in cui la processione dell'Addolorata approda all'interno della chiesa, oppure facendo pellegrinaggio come sarà anche questa sera, 18 aprile, Giovedì santo, dopo la messa in Coena Domini.

Ebbene, talvolta gli altari della riposizione si presentano agli occhi della gente, se non sfarzosi, sicuramente  non in linea con la sobrietà che si richiederebbe per un segno di vicinanza reciproca fra liturgia e religiosità popolare.

L'arcivescovo, che si prepara a presiedere il suo secondo triduo pasquale da quando è a Trani, ha anch'egli toccato con mano questa realtà e non manca di invocare un cambiamento, richiamando parroci e rettori ad una maggiore misura: «La sobrietà è una caratteristica che deve sempre accompagnare la liturgia, quindi anche la religiosità popolare. La sobrietà deve sempre accompagnare ogni espressione umana matura e, soprattutto, ogni espressione umana di rapporto e relazione con Dio. Infatti - spiega il presule -, tutto ciò che è esagerato, fuori delle righe, non può essere autenticamente cristiano».  

In altre parole, l'arredo non sobrio di un altare per la venerazione del Santissimo Sacramento può apparire incomprensibile «a persone sensibili e attente - sottolinea il vescovo -, a chi vive nella povertà e nel bisogno. Tante volte le esagerazioni non sono espressioni di una cattiva volontà o di una cattiveria - chiarisce mons. D'Ascenzo -, ma  di una superficialità a volte che porta a fare qualche passo in più nei confronti di ciò che è essenziale».

Quanto al rapporto, poi, tra liturgia e religiosità popolare «non sono e non devono andare in contraddizione tra loro - chiarisce l'arcivescovo - La religiosità popolare è una ricchezza per il territorio e la liturgia è chiamata ad accompagnare la religiosità, per fare sì che queste espressioni siano sempre più in sintonia con la liturgia e attingano dalla liturgia le loro modalità e forme di espressione».

Secondo il presule, dunque, la tradizione popolare non è un surrogato della fede, che pure trova la massima espressione nella liturgia, ma una risorsa per favorire la quale bisogna lavorare in due direzioni: «La prima, come dicevo - spiega mons. D'Ascenzo -, è verso un'attenzione ed un accompagnamento che non vanno mai abbandonati, perché la religiosità popolare non va disprezzata; la seconda è la purificazione, perché, in ogni caso, l'espressione popolare ha bisogno di essere purificata e ricondotta alla fonte della liturgia, che è la parola di Dio. Di certo - conclude l'arcivescovo -, nella nostra diocesi la religiosità popolare è una realtà molto radicata ed io la vedo come una risorsa, un'opportunità».

Le dichiarazioni del vescovo sono contenute nella videointervista, già da noi pubblicata, presente sul blog Trani religiosa, di Nicola Caputo.

(foto generica dalla rete)


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