Attraverso un’attenta attività di ricerca storica, Carlo Del Negro contribuisce a riportare alla luce vicende, personaggi e testimonianze del passato di Trani, restituendo alla memoria collettiva storie che rischierebbero di rimanere dimenticate. Un lavoro di ricostruzione e valorizzazione della memoria che intreccia documenti, curiosità e testimonianze, offrendo nuove chiavi di lettura della storia cittadina.
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Nel XVIII Secolo il Mare Adriatico era la principale rotta commerciale marittima della Serenissima Repubblica di Venezia. Il monopolio di frenetici traffici commerciali era detenuto esclusivamente da potenti famiglie di origine ebraica che erano armatori e proprietari delle navi che ne solcavano il mare. Tra queste vi era la famiglia Treves, proprietaria della nave modello Marsigliana denominata “San Michele Arcangelo”, che con il Capitano di Mare Giacinto Adorno ed il suo equipaggio di dodici uomini faceva la spola su e giù per l’Adriatico, nella rotta tra Venezia e Santa Maura, Isola di Corfù, in Grecia, dove la Serenissima deteneva i magazzini dove venivano stoccate le merci provenienti dall’entroterra, in attesa di ripartire alla volta di Venezia.
La Marsigliana “ San Michele Arcangelo” era una tipica imbarcazione mercantile veneziana a scafo tondo e chiglia piatta (a causa dei bassi fondali della laguna veneta), una nave a vela a tre alberi, che il 27 ottobre 1755, dopo aver caricato a Corfù nella stiva sale, olio e formaggi, si apprestava a risalire l’Adriatico per far ritorno a Venezia, ma giunta al largo di Trani, l’imbarcazione fu colta da improvvisa violenta burrasca e spinta pericolosamente alla deriva verso la costa tranese.
L’esperto Capitano Adorno tentò una manovra disperata per trovare rifugio lungo la costa, ma non vi riuscì; i venti impetuosi avevano squarciato le vele, i marosi resero l’imbarcazione ingovernabile, il fondale basso e roccioso a Nord di Trani, in località Caraturo, si avvicinava sempre più pericolosamente, infine Adorno ordinò ai suoi marinai di lanciare l’àncora di salvezza, una pesantissima ed enorme àncora in ferro battuto, alta cinque metri, nell’estremo tentativo di arrestare la deriva dell’imbarcazione; ma l’àncora non resse ed il Capitano ed i suoi marinai furono catapultati in mare tra i fortunali e spinti verso gli scogli che ne straziarono i corpi, nonché sbattuti come fuscelli sulla battigia.
Feriti e sanguinanti, ma miracolosamente salvi, i marinai superstiti ringraziarono San Michele Arcangelo per aver salvato loro la vita. Tuttavia il bilancio del naufragio fu terribile: persero la vita il Capitano Adorno, che fu l’ultimo ad abbandonare la nave, e quattro membri dell’equipaggio.
I marinai sopravvissuti provvidero a seppellire i corpi che riuscirono a recuperare dal mare, sulla spiaggetta che li aveva salvati dalla morte, in contrada Caraturo, e si avviarono verso Trani dove li attendeva un’altra prova non meno rigida: affrontare i protocolli del Codice della Marineria, davanti alle Autorità Consolari e ad un Notaio per redigere la Dichiarazione di Protesta di Mare ed il Testimoniale di Naufragio.
Dichiarazioni indispensabili per non essere deferiti ai Giudici della Serenissima ed impiccati all’albero di trinchetto. Le dichiarazioni avevano il duplice scopo della tutela penale che dimostrava che la perdita della nave e del carico era dovuta esclusivamente a cause di forza maggiore e non a negligenza o dolo del Capitano, che tuttavia era perito nel disastro e permettere, inoltre, all’armatore cioé alla famiglia Treves, di rivalersi in una forma di assicurazione marittima già in uso tra i mercanti veneziani.
Interessante sottolineare come i protocolli cui furono sottoposti i marinai superstiti facevano riferimento al Codice della Navigazione in vigore all’epoca, gli “Ordinamenta et Consuetudo Maris” gli Statuti Marittimi, promulgati proprio a Trani nel 1063, ancora in vigore circa sette secoli dopo. Trani caput mundi.
Il Notaio, alla presenza del Console di Venezia, guardavano con disgusto i malridotti e maleodoranti marinai superstiti senza porsi il problema se questi avessero bisogno di cure o quant’altro e li sottoposero, ipso facto, ad un fuoco di fila di domande da cui pretendevano precise risposte. I marinai non potettero firmare la Protesta di Mare redatta dal Notaio poiché tutti analfabeti, dopodiché furono abbandonati al loro destino.
Negli anni duemila si vociferava tra i sommozzatori tranesi della presenza di “qualcosa” di imponente, forse un’àncora, che giaceva sul fondale marino proprio al largo di località Caraturo.
Nel 2009 Umberto Papagno, sommozzatore tranese, e direttore tecnico di una ditta specializzata in rilevamenti e recuperi subacquei si appassionò alla vicenda e, dopo aver ricevuto il parere favorevole dell’amministrazione Comunale e della Procura di Trani, provvide, a proprie spese (un particolare non trascurabile) ad effettuare il recupero dell’àncora di salvezza rimasta incastrata a 15 metri di profondità esattamente come era stata gettata in mare il 27 ottobre del 1755.
L’àncora fu recuperata grazie al Papagno nel 2013 e dopo una procedura di restauro fu donata al Comune di Trani, che nel 2016 provvide a sistemarla lungo il Viale principale della Villa Comunale con una targa che ne ricorda sommariamente la storia.
Il naufragio di Trani del 1755 rappresenta uno spaccato straordinario della metà del XVIII secolo, un dramma senza tempo, una testimonianza dei comportamenti e delle gesta delle umane genti, che nel corso delle innumerevoli generazioni che si sono succedute ha cambiato forma, ma mai il contenuto: dall’eroismo del Capitano di Mare Giacinto Adorno, perito insieme alla sua nave, che non volle mai abbandonare, fino a che non fu con lui stesso completamente inghiottita dal mare, alla dignità dei marinai superstiti, che prima dei loro bisogni personali hanno ceduto alla pietas cristiana e seppellito i loro compagni di sventura, all’indifferenza dei potenti, che non si sono mai posti un problema di carattere morale, al coraggio della gente del porto, gente di mare come loro, che hanno accolto, medicato, sfamato, vestito quegli sconosciuti senza porsi alcun problema di carattere etico ed alla perseveranza di taluni, in tempi più recenti, che contro tutto e contro tutti hanno voluto riportare alla luce l’àncora di salvezza per testimoniare all’umanità che c’è sempre un’àncora di salvezza, se la si cerca.
Carlo Del Negro


