C’è un sax che non si limita a suonare. Racconta una terra, le sue ferite, le sue contraddizioni, ma anche la sua forza e la sua dignità. È quello di James Senese, sassofonista e cantante dei Napoli Centrale, un artista che ha saputo trasformare la propria storia e le proprie radici in una musica inconfondibile. A un anno dalla sua scomparsa, il ricordo torna anche a Trani, dove la sua musica aveva incontrato l’affetto del pubblico, lasciando emozioni che il tempo non ha cancellato.
In occasione di un concerto al cinema teatro Impero, Senese era stato intervistato da Radio Bombo, si era definito «figlio della guerra»: nato a Napoli da madre napoletana e padre soldato afroamericano, aveva conosciuto fin da bambino il peso di sentirsi diverso. Una condizione che, con il tempo, sarebbe diventata parte della sua identità artistica, dando vita a un linguaggio musicale capace di intrecciare jazz, blues, funk e tradizione partenopea. «Da quarant’anni io e i Napoli Centrale portiamo la musica jazz in giro per l’Italia», aveva raccontato. Parole che restituivano il senso di un percorso lungo e coerente, costruito senza mai rinnegare le proprie origini. Perché Napoli, nella musica di Senese, non era soltanto un luogo: era un modo di sentire, di guardare il mondo, di dare voce a chi spesso rimane ai margini.
Tra i ricordi più intensi emersi durante l’intervista c’era quello di Pino Daniele, compagno di un’amicizia fraterna durata quarant’anni. Un legame profondo, che andava oltre la musica e che sul palco trovava una delle sue espressioni più autentiche. A Trani, Senese aveva reso omaggio all’amico interpretando "Chi tene ’o mare", restituendo al pubblico, attraverso le note, qualcosa di quella vicinanza che li aveva uniti per una vita.
A rendere ancora più speciale la serata era stata la presenza di Agostino Marangolo, storico batterista di Pino Daniele e, per alcuni anni, componente degli stessi Napoli Centrale. Senese lo aveva accolto con affetto nella parte centrale della performance, in un momento che aveva il sapore di un incontro tra amici, prima ancora che tra musicisti. James Senese amava definirsi soprattutto un sassofonista, quasi a mettere in secondo piano il suo ruolo di cantante. Eppure, nella sua voce ruvida, così come nel suono inconfondibile del sax, c’era tutta la sua umanità: la rabbia, la malinconia, l’orgoglio e la capacità di non voltarsi dall’altra parte davanti alle contraddizioni della società. La sua musica non cercava scorciatoie e non aveva bisogno di compiacere. Era diretta, autentica, profondamente sua.
Di recente, il legame tra Senese e Pino Daniele è tornato al centro dell’attenzione con Je so’ pazzo, il biopic dedicato al cantautore napoletano. Il film ripercorre la vita dell’uomo oltre il mito, soffermandosi sull’infanzia difficile e sul complicato rapporto con il padre, fino ad arrivare allo storico concerto del 1981 in piazza del Plebiscito, davanti a circa 200mila persone. Oggi, nel ricordarlo, resta l’immagine di un uomo che non ha mai smesso di essere fedele a se stesso. Un gentleman del sax, schivo ma capace di arrivare dritto al cuore, che ha trasformato anche le ferite in musica e le proprie radici in una voce universale.E se certe persone continuano a esserci anche dopo averci lasciato, è perché qualcosa di loro rimane nelle emozioni che hanno saputo regalare. A Napoli come a Trani, il sax di James Senese continua a raccontare la sua storia. Basta riascoltarlo per ritrovare, ancora una volta, l’uomo dietro la musica.

